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Intervista a Giorgio Dalla Bona, CEO di Cereal Docks International: le nuove vie del grano

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Sono diverse le esperienze che possono contribuire a raccontare la complessità logistica degli ultimi anni. Poche però sono esemplificative come quella della filiera dei cereali. Qui più che altrove, infatti, si sono visti gli effetti congiunti di tutti i diversi “shock” che si sono susseguiti nel contesto economico internazionale. Pandemia, inflazione, crisi energetica, eccezionalità climatiche, perturbazioni politiche, incertezze di mercato hanno messo alla prova una supply chain per sua stessa natura molto articolata ed estesa su scala globale. Una logistica robusta e ben “visibile” si sta rivelando determinante per la tenuta del settore e delle aziende che ne fanno parte. “Per un’azienda come la nostra e un Paese come l’Italia, entrambi così dipendenti dalle importazioni, la logistica è vitale – afferma Giorgio Dalla Bona, CEO di Cereal Docks International -. È il perno di un sistema soggetto a numerose variabili e, proprio per questo, fragile”.

La supply chain in seme

Ogni anno, negli stabilimenti della multinazionale con sede a Camisano Vicentino, circa 3 milioni di tonnellate di semi oleosi e cereali (mais, soia, girasole e colza) provenienti da tutto il mondo vengono trasformati in farine, oli e lecitine destinati all’alimentazione umana e animale, alla produzione farmaceutica, cosmetica o per usi tecnici ed energetici. Per le lavorazioni a base di soia – che rappresentano il 50% della produzione di Cereal Docks Group – viene utilizzata soia OGM proveniente da aree non deforestate di Nord e Sud America (circa 6.000 tonnellate al giorno) e non OGM da agricoltura nazionale ed europea. Il comparto cereali, invece, dipende per le sue forniture soprattutto da Canada ed Est Europa. La dispersione geografica dell’approvvigionamento espone dunque la produzione dell’azienda a rischi diffusi. Lo si è visto negli ultimi anni.

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L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è tra i fenomeni critici recenti che hanno toccato il comparto dei cereali nel suo complesso, come confermato dallo stesso Dalla Bona. L’Ucraina è infatti uno dei principali produttori di grano al mondo. Dai suoi porti transitano ogni anno diversi milioni di TEU di cereali destinati alla produzione di aziende come Cereal Docks. I bombardamenti aerei e le mine nel Mar Nero hanno bruscamente interrotto questa storica e preziosa attività di approvvigionamento. “Dall’inizio del conflitto fino alla sigla dei primi accordi per i corridoi umanitari sono venuti meno tutti i collegamenti marittimi che passavano per i porti di Odessa, Chornomorsk, Yuzhny, etc – racconta Giorgio Dalla Bona –. Questo improvviso stop ci ha obbligati a spostare dal mare alla terra, e in particolare sul ferro, tutti i nostri traffici in arrivo o transito da questa area geografica. Abbiamo così dovuto trovare nuovi contatti e punti di carico, predisporre silos per lo stoccaggio al confine con l’Ungheria, la Polonia e la Slovacchia e cercare di entrare con i nostri treni in territorio ucraino per recuperare merce che, in alcuni casi, avevamo già acquistato”.

Flussi completamente e più volte ridisegnati

La revisione forzata dei flussi non è stata prerogativa esclusiva di Cereal Docks. “Tutti i nostri concorrenti in Germania, Polonia, Ungheria e così via hanno fatto la stessa scelta”, conferma Dalla Bona. Al di là degli evidenti di rischi di incolumità, questa opzione ha portato con sé un aumento della complessità. In termini di capacità, infatti, la tratta che comprende rotaia, strada e (dove possibile) via fluviale non rappresenta una reale alternativa al collegamento marittimo. “In poche settimane, la fragile infrastruttura ferroviaria est europea è “collassata” sotto il peso di uno straordinario volume di traffico. La congestione lungo la linea ha allungato i tempi di consegna da 10 a 25 giorni con tutto quanto ne consegue in termini di programmazione della produzione e gestione delle scorte”.

La complessità e l’urgenza di portar fuori dall’Ucraina “granaio d’Europa” i cereali destinati a tante produzioni alimentari è presto arrivato sui tavoli di discussione della Comunità Europea, che ha stanziato fondi a sostegno degli operatori in Ucraina, ma soprattutto per il potenziamento dell’infrastruttura ferroviaria. “Questi interventi sono fondamentali anche in prospettiva – afferma il CEO di Ceral Docks International -. Purtroppo però, anche con tutta la buona volontà, i nodi del traffico ferroviario europeo non si possono risolvere oggi per domani. La recente riapertura della via marittima ha alleggerito la pressione sulla rete ferroviaria, ma il tema resta urgente”.

A tutta intermodalità

Il ferro è una modalità su cui per altro l’azienda vicentina aveva iniziato a puntare ben prima dell’apertura del fronte bellico in Ucraina. Cereal Docks sta infatti da tempo investendo sull’intermodalità per aumentare la propria competitività. “Vorremo continuare a dare preferenza al treno per i nostri flussi di approvvigionamento – conferma Dalla Bona -, non solo perché tutti i nostri impianti di trasformazione sono direttamente raccordati alla rete ferroviaria, ma anche perché questa opzione garantisce efficienza economica e sostenibilità ambientale ed è anche quella più in linea con le direttive politiche europee per la decarbonizzazione”. L’esperienza recente ha dato forza a questa decisione, portando con sé un ulteriore potenziamento: “di recente abbiamo iniziato a utilizzare il treno anche per la distribuzione: dai nostri due impianti italiani di lavorazione della soia spediamo prodotto finito ad alcuni importanti clienti in Svizzera – illustra il nostro interlocutore -. Lo sviluppo degli ultimi due anni ci ha permesso di cogliere un’opportunità in questo senso, proponendoci a questo bacino di clienti con una soluzione complessivamente pratica, efficiente e sostenibile. Oggi realizziamo due treni a settimana per un totale di circa 120.000 tonnellate di prodotto finito all’anno”.

Nicoletta Ferrini

Estratto dell’articolo pubblicato completo sul numero di Gennaio/Febbraio 2024 de Il Giornale della Logistica


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